Due italiani residenti in Ticino tra gli indagati per la truffa in odore di ‘ndrangheta. Arrestata anche una “vecchia conoscenza”
L’inchiesta Garpez, che oltre confine ha portato a una ventina di arresti, ha più di un legame con il Ticino. Giovedì si è appreso che tra gli indagati figurano anche i due azionisti di una società di Locarno. Società che, come quelle di Chiasso e Lugano citate nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Milano, opera nel settore delle telecomunicazioni. Entrambi sono cittadini italiani, ma risiedevano nel Cantone.
La maxi-inchiesta, condotta dalla Guardia di finanza di Milano e di Lecco, ha portato alla luce una frode fiscale da qualcosa come oltre 160 milioni di euro (34 dei quali sequestrati). Un fiume di denaro sottratto all’erario, dietro il quale – secondo gli inquirenti – ci sarebbe stata la mano della ‘ndrangheta; del potente, storico clan lombardo dei Morabito-Bruzzaniti-Palamara.
Il meccanismo architettato era quello della frode carosello. L’organizzazione aveva costituito cioè una lunga catena di società paravento, in Italia e all’estero. Le cosiddette “cartiere”, create al solo scopo di generare false fatturazioni, con i guadagni illeciti che ne conseguivano sulle partite IVA.
Impossibile sapere se le tre aziende ticinesi fossero direttamente coinvolte nel raggiro o – per usare le parole del tenente colonnello della Guardia di finanza Fabio Antonacchio – in “attività di più ampio respiro”. La SA locarnese è stata passata al setaccio, su rogatoria, dalla procura federale. L’amministratore unico si dice sorpreso: “Il mio cliente è assolutamente estraneo a qualsiasi, eventuale reato – precisa il suo legale. Lo dimostra il fatto che, a differenza dei due azionisti, non sia sotto inchiesta.” Stessa risposta da parte dei vertici della società di Chiasso, dove addirittura – assicurano – non è stato compiuto alcun tipo di atto istruttorio.
Si vedrà. Intanto dall’elenco degli indagati spunta pure una vecchia conoscenza della giustizia ticinese. Si tratta del 73enne italiano che nel marzo del 1996 fu condannato a due anni e mezzo di carcere per la truffa ordita dall’allora vicedirettore dell’Ubs di Lugano. L’uomo aveva assunto le veci del fratello di un ricco antiquario londinese. Vestito di tutto punto, con tanto di Herald Tribune sottobraccio, si era presentato più volte agli sportelli della filiale, facendosi consegnare dal dirigente un totale di oltre 3 milioni di franchi.